Da Maradona a Dalì, i ritratti minimali di Marco d’Abramo

Il designer molisano ci racconta la sua serie di illustrazioni dedicate ai grandi dello sport, della musica e dello spettacolo.

di Redazione Elita
Arte Design · 21 novembre 2016

Marco d’Abramo è un giovane designer di Termoli. Classe 1991, ha un grande talento e può passare con disinvoltura dal mondo della pubblicità a quello delle illustrazioni. Ci ha colpito per una serie di ritratti, colorati e minimali, dedicati a divi del cinema, a cantanti e a personaggi sportivi. L’abbiamo intervistato per capire meglio da dove trae ispirazione per i suoi lavori

«Non credo di avere un punto di riferimento preciso» – commenta Marco – «Mi guardo intorno, apprezzo e critico i lavori di tanti, anche più esperti e preparati di me, e cerco di capire il loro pensiero ed il processo creativo che c’è dietro. Ho letto libri e manuali di storia dell’arte e del design, ci sono tantissimi artisti, designer ed architetti che apprezzo moltissimo. Sono fonte di ispirazione quotidiana per me».

Dove nasce il tuo stile, così pulito e minimale?
Può sembrare un concetto banale, ma credo che spesso sia più difficile rappresentare un concetto o un’idea in modo semplice ma d’effetto, piuttosto che rendere il tutto più articolato, rischiando di perdere il focus. In fondo credo che sia lo specchio della mia personalità: da sempre cerco di andare dritto al punto, rinunciando a tutto ciò che può rappresentare il superfluo. Tutto questo, poi, si traduce in quello che faccio: poche decorazioni e tanto spazio al soggetto rappresentato.

Quando hai iniziato a realizzare i primi ritratti?
Ho iniziato con i ritratti da poco, pochissimo. Il tutto è nato con un esercizio: ho provato a rappresentare il mio volto cercando di mantenere i dettagli che mi rendono riconoscibile, come ad esempio barba, occhiali ed i capelli sempre in disordine. Mi sono accorto che il gioco funzionava ma 
poteva capire il soggetto solo chi mi conosceva personalmente, quindi l’idea: perché non provare con qualcuno che possa essere riconosciuto da tutti? La forza di queste illustrazioni, dopotutto, sta proprio nella loro riconoscibilità grazie a pochi ma determinanti dettagli. Guardando il tg all’ora di pranzo, praticamente ogni giorno, vedevo sempre la stessa faccia: Donald Trump. Così è nato il suo ritratto, a cui hanno fatto seguito tutti gli altri.

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C’è un ritratto a cui sei più affezionato?
Qui entra in gioco un altro aspetto, ovvero l’ispirazione che traggo dai grandi artisti. Di tutti i ritratti che ho realizzato fino ad ora ce ne sono alcuni che sicuramente sono riusciti meglio di altri o che hanno riscosso più successo, ma direi che quello a cui tengo di più è il ritratto
di Salvador Dalì. Molti dei suoi lavori sono sensazionali, ho avuto la fortuna di poter osservare da vicino alcune sue sculture e sono rimasto molto affascinato. Tra gli altri, mi piace molto anche quello di Audrey Hepburn: non era facile rappresentare la sua eleganza, ma il risultato è abbastanza convincente.

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Tra i tanti aspetti del tuo lavoro – illustrazione, design, pubblicità – qual è quello che trovi più stimolante?
Sono tutti settori molto affascinanti, davvero. Se c’è una cosa che più di tutte mi piacerebbe studiare per potermi migliorare è la cura dell’immagine aziendale, dalla progettazione del marchio fino all’ideazione di campagne pubblicitarie mirate. È qualcosa che mi ha sempre affascinato. Un’altra “ossessione” è il packaging: non c’è una singola cosa che compro – dall’acqua alla pasta – della quale non osservo e analizzo la confezione, l’etichetta o la bottiglia. Forse in maniera anche troppo maniacale, ma non posso farne a meno.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Ogni progetto che inizio è diverso da quello del giorno prima. Credo che sia la cosa principale, altrimenti morirei di noia. Il poter lavorare oggi ad un sito per un’agenzia di viaggi, domani all’etichetta di una bottiglia di vino e dopodomani chissà, mi mantiene, in un certo senso, vivo.