Il futuro dei festival in Italia. L’intervista a Denis Longhi

La situazione oggi è drammatica ma i segnali positivi ci sono. Ecco come saranno i festival italiani nei prossimi decenni

di Redazione Elita
Eventi · 14 Settembre 2016

È partito ufficialmente Linecheck, il meeting dedicato ai professionisti e agli appassionati della musica. Molti dei panel inseriti in calendario risponderanno a questa domanda: quale sarà il modello italiano che i festival seguiranno maggiormente nei prossimi anni? Noi l’abbiamo chiesto a Denis Longhi, l’organizzatore a Torino del Jazz:Re:Found, nonché fondatore del network Italian Quality Music Festivals.

Organizzi eventi da molti anni e sei certamente una delle persone più autorevoli a cui fare questa domanda: qual è lo stato di salute dei festival in Italia?
La situazione è drammatica, è l’unica risposta obiettiva che posso darti. Le manifestazioni più grandi – Movement, Club To Club, ecc. – continuano a crescere ma la maggior parte dei tanti festival piccoli che nascono ogni anno, poi, rischiano di fallire. È un po’ il contrario di quello che sta succedendo nel resto dell’Europa: nel 2007 avevo fatto un’analisi di mercato e avevo individuato che i festival europei erano circa 300, oggi ce ne saranno almeno 5.000. Questo tipo di crescita da noi non c’è stata.

A tuo avviso quali sono i fattori che ci frenano?
Ce ne sono diversi, è sicuramente un tema complesso. È innegabile che il patto di stabilità dei comuni abbia influito molto sullo sviluppo degli eventi in Italia. La maggior parte delle manifestazioni nascevano grazie ad un investimento dell’amministrazione comunale e ora queste risorse non ci sono più. Parallelamente il costo economico di un festival è aumentato perché tutte le pratiche necessarie per poter fare spettacoli dal vivo sono diventate più onerose. 10 anni fa la parcella dell’ingegnere che ti dava l’agibilità era un capitolo ‘opzionale’, oggi costa il 5% della produzione. Sono tutti fattori che scoraggiano gli imprenditori privati e gli sponsor sono sempre una grande incognita.

Perché hanno sempre meno budget?
Non solo, gli sponsor possono addirittura arrivare a far collassare un festival. Può capitare che un brand ti assicuri un certo finanziamento e poi lo ritiri ancora prima che la manifestazione abbia inizio, in più non hai mai la certezza che l’anno successivo sia ancora interessato a lavorare con te minando terribilmente la progettualità e la continuità del festival.

Il Sónar di Barcellona

Il Sónar di Barcellona

Potrà mai un festival italiano competere con quelli esteri?
Credo che sia utopico pensare che un festival italiano possa raggiungere anche solo un quinto del bilancio economico di un banale – perché ormai è “banale” (si legga “mainstream”) – festival come il Sónar. E non è che noi siamo in ritardo, è un proprio il modello Italiano ad essere diverso.

Raccontamelo.
A mio avviso va fatto un distinguo tra il prima e il dopo 2008. Con la crisi economica si è rotto il cosiddetto “modello clientelista”: tutti i festival – anche il Festivalbar, per dire – funzionavano grazie a contatti con assessori, sponsor e altre figure che per anni sono sempre state le stesse. Con la crisi, sia economica che dell’amministrazione pubblica, questo sistema si è rotto ed i festival sono tornati nelle mani di chi aveva la passione e proponeva progetti interessanti. Purtroppo mancano i soldi per realizzarli: la maggior parte dei festival italiani hanno dei business plan veramente rischiosi dove più del 50% dei costi devono essere coperti dai biglietti venduti, vuol dire che se piove tu hai chiuso.

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Dario Barbone e Denis Longhi nel camper-ufficio produzione del Jazz:Re:Found

Noi italiani abbiamo un evidente problema con la pioggia.
Il vero festival, così come lo si intende in tutto il mondo, è open air. Glastonbury funziona meglio se piove: il pubblico vuole quell’esperienza lì, vuole comprarsi gli stivaletti di Hello Kitty e passare tre giorni nel fango. Per gli inglesi il festival è un momento estemporaneo e selvaggio dove rompere totalmente con la quotidianità. In Italia il festival è andare al club la sera, c’è proprio un’antropologia della fruizione dello spettacolo culturale all’opposto di ciò che succede altrove.

Cosa intendi per antropologia della fruizione?
Per moltissimi decenni l’evento culturale italiano per eccellenza è stata la rassegna teatrale. Nel nostro DNA c’è ben radicata l’idea che per vedere uno spettacolo si debba stare seduti. Tutte le leggi che abbiamo lo dicono chiaramente: se tu prendi il TULPS, il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, capisci come lo spettacolo in Italia venga concepito come una scatola chiusa con delle sedie ed un palco. Quindi il modello è obsoleto dal punto di vista normativo, è obsoleto dal punto di vista filosofico e sicuramente ha patito quel retaggio clientelista di cui parlavamo prima. Ma, secondo me, dei segnali positivi per il furo ci sono.

Ad esempio?
Abbiamo grandi potenzialità di fare networking e, se sfruttate al meglio, possono dare grandi risultati. È vero che abbiamo un retaggio pettegolo e provinciale che ci spinge a criticare qualsiasi cosa si faccia, ma una volta superato questo step iniziale – e l’abbiamo visto con l’Italian Quality Music Festivals, la rete creata insieme ad Elita e ad altri festival del settore – si possono davvero creare dei network che funzionano. Le risorse creative ci sono tutte: artisti come Tennis, Tale of Us e tantissimi altri, stanno diventando il top della musica elettronica mondiale. In più ci sono organizzatori dalla grande professionalità: di fatto, per quanto discutibili, tutte le più grandi feste di Ibizia sono promosse e organizzate da italiani.

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Una delle prime edizioni del Jazz:Re:Found

Negli ultimi anni abbiamo visto molti festival che cercano un preciso legame con il territorio scegliendo location decisamente particolari. Secondo te sarà un trend sempre più seguito?
Per me saranno gli unici festival che funzioneranno in Italia. Certo, ci sono esempi come l’Home di Treviso dove si cerca di importare il modello Sziget, con tanti artisti grossi che si esibiscono su un prato gigantesco, ma sono casi isolati. Io credo che il vero modello da seguire sia quello dove le caratteristiche della location e una line-up molto personale riescano ad incontrarsi creando qualcosa di unico. Fare Apparat alle Terme di Caracalla, è quello il modello italiano. Ovviamente devi essere consapevole che hai dei limiti numerici e che non potrai mai ambire ai grandi headliner dei festival mainstream. Non potrai mai fare Frank Ocean o Stevie Wonder ma dovrai fare una line-up più diversa e più di ricerca.

Quindi in futuro arriveremo a quest’unico modello?
Probabilmente no, ma sarà sicuramente uno dei più seguiti. Secondo me ci sono molti modelli che si potranno sviluppare in Italia. Io, ad esempio, ho il trip del festival balneare e dei boat party. Abbiamo il mare più bello del Mediterraneo ma gli eventi sono tutti organizzati altrove. Oggi affittarsi una spiaggia in Italia costa come un intero festival in Croazia ma, se si capisse il potenziale di questo tipo di cose e si cambiassero le normative a riguardo, sono sicuro che l’Italia darebbe del filo da torcere a Ibiza e ad altri posti simili. Prima o poi succederà, ne sono sicuro.

Quali sono i festival italiani che ti hanno colpito di più quest’anno?
Il Fat Fat Fat di Corridonia mi ha fatto un’ottima impressione e va nella direzione che ti dicevo prima: una scelta della line-up molto personale all’interno di un paesaggio stupendo come può essere la campagna maceratese. Spostandosi invece su una line-up più varia e meno “verticale” c’è il Musical Zoo di Brescia che può permettersi di far suonare gli artisti all’interno di questo castello stupendo, oppure l’Ortigia Sound System e l’A Night Like This di Chiaverano. Ti citerei anche il Distretto 38 di Trento, di cui ho curato la direzione artistica in collaborazione con il MUSE, il museo delle Scienze di Trento ed il MART di Rovereto. È un festival tutto incentrato sul rapporto tra la musica e l’elemento tecnologico.

Come fa un festival ad essere sostenibile economicamente?
È una domanda difficile. A mio avviso una delle cose più importanti è avere delle persone di talento che mettono la propria passione creando una squadra forte e che, almeno per i primi anni, si facciano “investitori” (si legga “auto-imprenditoria”) sui costi di produzione. È una risposta orribile, me ne rendo conto, sarebbe giusto che quei talenti venissero pagati ma il più delle volte è l’unico modo perché un festival possa davvero iniziare il proprio percorso. Poi c’è il rapporto con gli sponsor, bisogna fare una campagna di fund raising ampia che vada a coinvolgere molti nomi e mai un solo brand.

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L’A Night Like This di Chiaverano (To)

Quali sono, a tuo avviso, le tre caratteristiche che un festival deve avere per funzionare davvero?
Deve avere una forte identità che rimanga coerente negli anni. Deve avere una squadra affiatata: solitamente i team dei festival sono costituiti da un direttore artistico, da un direttore di produzione e da tante persone assunte per l’occasione; avere invece una squadra che ti segue da anni e che è cresciuta insieme al festival, diventandone così la memoria storica, è veramente un’altra cosa. Infine deve avere un piano di comunicazione che non sia solo acquistare spazi pubblicitari ma faccia azioni mirate sul pubblico che ti interessa. Sono capaci tutti a portare la gente comprandosi la pagina su Repubblica o tappezzando le città di manifesti…

Non è nemmeno detto che poi la gente arrivi davvero.
In realtà quella è una delle poche regole fisse di questo lavoro: se investi in pubblicità poi il pubblico arriva. Il punto è che se non è il tuo pubblico non avrai mai un valore aggiunto. Il cliente che viene e+ paga il biglietto ma non si emoziona, non si diverte, non beve, non posta nulla sui social, è un cliente che non serve. Se una persona non esce dal tuo festival con la fotta di tornarci l’anno prossimo tu hai fallito.

Qual è la cosa più bella del tuo lavoro?
Sei continuamente in contatto con persone molto giovani e, dopo un po’, a quasi quarant’anni, invece di considerarli degli scassacazzo come fanno i tuoi coetanei, inizi a capire che davvero sono il futuro. Magari per gli organizzatori di un party a Ibiza i ragazzini sono solo dei dollari che camminano, a me invece trasmettono una grande energia vitale. È la stessa energia che ti fa rimanere attaccato a quella parte di te più appassionata alla musica e che ti spinge a scegliere gli artisti del tuo festival senza pensare solo ai nomi che garantirebbero guadagni più facili. Ci deve essere sempre questa parte, un po’ da sfigati se vuoi, che ti fa sentire innamorato delle cose. Altrimenti i festival diventerebbero tutti uguali.