Mukanda Festival: il passato prende nuove forme

Per una manciata di giorni l’anno Vico del Gargano si trasforma nella capitale dell’afrofuturismo grazie ad un evento tra i più belli d’Italia

di Redazione Elita
Musica · 6 giugno 2016

Una regola, che formalmente non troverete scritta da nessuna parte, vuole che ogni festival, per lasciare segni tangibili del suo accadimento, stringa con il proprio territorio di riferimento un legame ulteriore. Un rapporto biunivoco, proprio come accade nelle migliori storie d’amore, in cui uno non si limita ad essere cornice dell’altro, e viceversa, ma in cui la personalità di entrambi contribuisce alla costruzione di una narrazione sincera, forte e vivida. Che è quello che accade a Vico del Gargano, borgo montano della provincia di Foggia, i cui vicoli, le piazze e le strade ospitano dallo scorso anno il Mukanda Festival con artisti come Clap! Clap!, Mo Kolours e molti altri.

Mukanda come il nome di un rito africano che segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui i giovani vengono allontanati dalle proprie tribù e lasciati da soli nella foresta a forgiare il proprio carattere, fino a che, acquisita la consapevolezza necessaria, possono tornare ai loro villaggi e partecipare attivamente alla crescita di questi. Una storia che coincide con quella dei ragazzi di Vico, che dai loro altrove hanno deciso di tornare a casa, sperimentando il modo per ridare forma e colore al centro storico del paese.

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Attraverso architettura sostenibile, street-art e musica, che abbraccia suoni e visioni afrofuturiste. Artisti che interpretano con efficacia questo “linguaggio del ritorno”, che simboleggia contemporaneamente la riappropriazione delle radici ma anche la capacità di queste di dialogare con il moderno. Dal 3 al 5 agosto prossimo avrà luogo la seconda edizione di Mukanda Festival, e per comprendere identità e concetti che sottendono a questo evento così unico ed affascinante nella sua forma, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Raffaele Costantino, tra le voci più riconoscibili di Radio 2 Rai, che cura la direzione musicale del festival.

Come sei entrato in contatto con Mukanda e perché hai scelto di prendere parte a questa storia?
Sono stato contattato su Facebook, strumento che adoro perché abbatte mille barriere. Mi pare di ricordare una piccola chat con Federico Biscotti (uno degli organizzatori), a cui lasciai il mio numero di telefono. Dopo un paio di giorni arrivò questa telefonata fiume con Federico che non smetteva più di parlare. Sono state molte le cose che mi hanno convinto a partecipare a questo progetto. Prima di tutto l’umiltà con la quale chi vuole organizzare un festival, anche se piccolo, decide di farne curare la direzione musicale ad un professionista. Mi piace l’idea che in un festival l’organizzatore non debba per forza esserne anche direttore artistico o curatore. Ma l’elemento più importante, a parte l’entusiasmo dei ragazzi, è stato il concept del festival. Non volevano semplicemente creare un evento nel loro paese, ma volevano raccontare una storia. La storia di un rito collettivo che celebra il ritorno nel centro storico di Vico Del Gargano da parte di tutte le creatività emigrate e quelle ancora residenti. I ragazzi di Vico, che erano in giro per l’Italia a studiare, avevano deciso di darsi appuntamento e di darlo a tutta la comunità nel centro del paese per farlo rivivere. Un’idea troppo romantica per non farsene affascinare.

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A livello musicale che tipo di line-up, e quindi di esperienza, avevate intenzione di costruire?
Una line-up unica, un’esperienza unica. Non sono frasi fatte, la line-up del Mukanda viaggia verso una sola direzione, non ha mille strade, non ammicca a gusti e generi diversi. La line-up rappresenta lo spirito del festival. Prendere o lasciare. Credo che questa sia una grande lezione di coraggio da parte degli organizzatori. Una qualità da premiare. Hanno capito che un festival per definirsi tale deve rappresentare un’esperienza unica, irripetibile, occasione totalmente speciale che non trovi paragone altrove. Hanno scelto di non fare una brutta copia dei festival italiani più grandi, hanno preso una loro strada e continuano a portarla avanti. Pagandone il prezzo certo, ma se tu mi stai facendo queste domande vuol dire che si sono guadagnati il loro posto in questo mondo.

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Quale legame sussiste tra il concept afrofuturista, scelto come portabandiera del festival, e la realtà di un piccolo borgo meridionale?
Come dicevo prima, la parte più affascinante del Mukanda è la storia che racconta. Una storia che parla di consapevolezza nei confronti del passato e di speranza verso il futuro. Una storia di partenze e ritorni. Insomma una narrazione molto verticale. Ecco perché i ragazzi avevano già in mente un suono afrocentrico per accompagnare questa esperienza. Io non sono la testa di questo festival, sono solo un braccio. Le nuove declinazioni in ambito elettronico della musica africana rappresentavano perfettamente l’idea del Mukanda, sia da un punto di vista concettuale che funzionale. Per celebrare un rito collettivo in un luogo magico del sud Italia, quale migliore colonna sonora? A maggior ragione se a curare la line-up sarebbe stato un matto che da anni in Italia predica la rivalsa sociale dell’Africa tramite la propria creatività contemporanea.

Ricordi quali sono state le impressioni quando hai visto per la prima volta la location del festival?
Sono andato ad aprile del 2015 a vedere Vico, non lo avevo mai visto. Posto strano. All’inizio non capivo come avrebbe potuto realizzarsi un festival in strade e piazze così piccole, poi col passare delle ore insieme ai ragazzi di Vico (con me c’erano anche i miei collaboratori Matteo Strada e Knuf) abbiamo iniziato a visualizzare tutto il centro storico del paese come un unica location. Il rito si sarebbe diramato in quelle stradine ed in quelle piazzette. Detto questo: un conto era immaginarselo, un conto è stato vederlo. Davvero bello.

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Quali sono gli highlights della scorsa edizione che custodisci con più affetto?
Mio figlio di due anni e mezzo che sale sul palco mentre suono insieme a Baba Sissoko, lo stupore della gente al primo set della lineup, quello di Rabih Beaini e a quello di Harmonius Thelonious. E poi il set di chiusura di Clap! Clap! con le vecchiette affacciate dai balconi. Ma anche un bellissimo concerto di Paul White e Mo Kolours in una piazzetta che si affaccia sulla valle che io chiamo la piazzetta esoterica.

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Molti artisti con cui ho parlato nell’ultimo anno citavano spesso questa esperienza come una delle migliori della loro carriera. Quali sono stati gli ingredienti decisivi per delineare ancora di più l’identità e l’unicità del festival, che dovrebbero secondo te essere presi ad esempio anche da altri festival italiani?
Credo che l’importante sia essere unici. Questo non lo dico da curatore del Mukanda, non voglio metterlo su un piedistallo, nei confronti degli altri mille eventi organizzati con passione in Italia. Lo dico da Raffaele Costantino, prendendomi la responsabilità di quello che dico in prima persona. Io credo che sia importante che ogni nuovo festival, party, evento, aperitivo che nasce in Italia sia pura rappresentazione di una storia da raccontare. Non importa quanto costano gli headliner e quanto siano spettacolari le mappature. Abbiamo già visto tutto, ora è arrivato il momento di stringere lo zoom ed andare più in profondità sulle cose. Raccontare luoghi, delineare scene, approfondire linguaggi. Da questo punto di vista mi piace molto il tipo di line-up verticale del Locus, la visione filosofica dei ragazzi del Terraforma, la curiosità intellettuale che ha dimostrato negli anni il Dancity. E poi girando tanto per l’Italia vedo molto fermento. Tra cinque anni saremo pieni di cose come il Mukanda. Si stanno definendo le linee guida per rappresentare le nuove sagre. In ogni territorio un evento che ne racconti la storia utilizzando i linguaggi della contemporaneità.